Working poor: in Europa anche gli occupati sono a rischio povertà

In Europa il rischio povertà è dietro l’angolo anche per chi ha un lavoro. Pur lentamente riprendendosi dalla crisi e registrando una tendenza positiva sul mercato del lavoro, crescono gli occupati a tempo pieno, i “working poor”, che non riescono ad arrivare a fine mese, soprattutto nel Sud Europa. È quanto emerge dai dati del Social Justice Index 2016 della fondazione Bertelsmann Stiftung ( https://www.bertelsmann-stiftung.de//en/publications/publication/did/social-justice-in-the-eu-index-report-2016/ ), dove l’Italia si classifica ventiquattresima su ventotto paesi Ue in una lista che vede ai primi posti, anche in questo caso i paesi nordici, Svezia, Finlandia e Danimarca, ultima la Grecia.

La forte diseguaglianza di reddito, il divario intergenerazionale, la disoccupazione giovanile di lunga durata, l’elevato rischio di povertà, sono tra i fattori che hanno reso l’Italia lontana dagli obiettivi della giustizia sociale.

Dai dati del 2015 si rileva che il 9.8% dei lavoratori italiani full time è comunque a rischio povertà. Occupazioni a bassa remunerazione e la scissione del mercato del lavoro in forme occupazionali tipiche e atipiche spiegherebbero secondo gli autori il rischio di povertà crescente che colpisce persino i cittadini Ue che lavorano a tempo pieno . Anche questa categoria rischia così di rimanere esclusa dalla partecipazione alla vita sociale << Un lavoro a tempo pieno non deve solo assicurare un reddito, ma anche il necessario per vivere. Una quota crescente di persone che a lungo termine non riesce a vivere del proprio lavoro , mina la legittimità del nostro ordinamento economico e sociale>> ha affermato Aart De Geus presidente del consiglio di amministrazione della fondazione Bertelsmann Stiftung.

In generale in Europa quasi un cittadino su quattro (118 milioni di persone) , è a rischio povertà o esclusione sociale: preoccupano in particolare la Grecia (35.7%), la Romania (37.3%) , e la Bulgaria (41.3%). In Italia si tratta del 28.7% della popolazione.

I più colpiti sono i giovani : 25.2 milioni di ragazzi in Europa sotto i diciotto anni. Questo drammatico fenomeno riguarda specialmente la Grecia, la Spagna, l’Italia e il Portogallo paesi dove in media un ragazzo su tre rischia la povertà. Mentre si è ridotta la quota di anziani sull’orlo di condizioni di indigenza(5.5%) facendo crescere il divario tra generazioni: un ragazzo su dieci vive in condizioni di gravi privazioni materiali.

Un gran numero di ragazzi italiani potrebbe rimanere escluso permanentemente da un’occupazione stabile e questo comporterebbe forti conseguenze sociali a lungo termine per il nostro paese, se non si interviene a favore di un’attivazione del mercato del lavoro in tempi rapidi. Quasi un terzo dei giovani italiani nel 2015 era inattivo, Neet : non lavorava e non studiava. << La crescente mancanza di prospettive di tanti giovani li spinge verso i movimenti populisti rafforzandoli . Non dobbiamo rischiare che i giovani delusi e frustrati si ritirino dalla società>> avverte De Geus. Le recenti riforme del lavoro seppure nella direzione della crescita di posti di lavoro, non hanno ancora portato i risultati sperati: nel 2015 solo il 56.3% dei cittadini italiani in età lavorativa era inserito nel mondo del lavoro, si tratta di una delle quote più basse in Europa, meglio solo della Grecia e la Croazia. La disoccupazione di lungo periodo in Italia è più che raddoppiata dall’inizio della crisi: nel 2008 era intorno al 3.1% mentre nel 2014 ha raggiunto il 7.9%. In generale la disoccupazione è passata in questi anni dal 6.8% al 12.1% nel 2015.

Lo studio rileva anche che il nostro paese è demograficamente il più anziano e contando la più alta dipendenza strutturale di anziani a cui dovrebbe corrispondere un alto livello di occupati , ma così non è per il momento. Gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo rimangono ancora bassi.

Una nota positiva è che negli anni l’occupazione femminile è andata migliorando ma ancora la strada della parità di genere è molto lunga rispetto alla media Ue.

 

Irene Giuntella